Le Origini dell’agricoltura

Ci sono state cinque rivoluzioni fondamentali nella storia dell’umanità. Rivoluzione scientifica, politica (rivoluzione francese), industriale e, più recentemente, informatica. Ma la prima è stata quella agricola.

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Millenni fa, pochi coraggiosi uomini e donne, nella zona della cosiddetta “mezzaluna fertile” (ma quasi nello stesso periodo anche nell’attuale Cina sudorientale e nel mesoamerica), a fronte degli effetti di semi-desertificazione dei loro territori di caccia e raccolta (per via dello scemare dell’ultima glaciazione) fecero una scommessa: “Non possiamo più limitarci a raccogliere e cacciare. Non ci sono piante a sufficienza e le poche rimaste crescono solo nelle adiacenze dei corsi d’acqua. Non c’è più selvaggina in abbondanza come prima. Abbiamo visto migliaia di volte nascere nuove piante dai loro stessi semi. Dobbiamo farlo. O non sopravviveremo”.
Così quegli uomini e quelle donne (i mitici Natufiani, vissuti in Palestina circa 10000 anni fa), pensando al futuro, sacrificarono parte delle loro riserve alimentari, costituite da granaglie di cereali selvatici, e inventarono l’agricoltura. Da lì partì una rivoluzione. Il cibo aumentò. I cani, addomesticandosi (quanto gli faceva comodo bazzicare gli accampamenti umani, dove in cambio di avanzi di cibo si rendevano utili segnalando pericoli e combattendo per i loro nuovi amici a due zampe), suggerirono l’idea agli umani di ammansire e “coltivare” capre selvatiche, bovini, ovini, pennuti e così via… il cibo aumentò ancora; adesso, non tutti dovevano instancabilmente lavorare per procacciarselo. Soprattutto, non c’era più ragione di vagabondare in cerca di nuovi territori in cui cacciare e raccogliere: ci si poteva fermare, costruire abitazioni più solide e trovare il tempo per scoprire materiali utili e più resistenti (come argilla e metalli), lavorarli, scambiarli, inventare nuove cose, dedicarsi al culto dei morti, al disegnare, al creare segni per “marcare” le cose…

 

Ma c’era un problema: nella mezzaluna fertile i grandi, maestosi fiumi erano fonte di sopravvivenza  ma anche di sciagura, poiché le loro piene annuali erano catastrofiche, devastavano i campi e i raccolti. Ogni villaggio cominciò allora a inventare l’ingegneria idraulica: canali artificiali di contenimento (e poi di irrigazione), dighe, bacini, argini etc. Ma i fiumi erano spietati e ciò non bastava, serviva fare tutto ciò molto più in grande, sistematicamente, con organizzazione. Personalità carismatiche allora convinsero i savi dei villaggi, zona per zona, a unirsi: così nacque la città, la polis, la politica, il potere degli uomini sugli uomini. I villaggi si fusero nella città, nelle città. Il resto è Storia.

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Oggi… pensiamo ancora al futuro? Abbiamo la capacità di unirci dimenticando i nostri angusti recinti? E’ stato suggerito che, mentre l’uomo cacciatore-raccoglitore era in armonia con l’ecosistema e prelevava solo il necessario, l’uomo agricolo ha sviluppato l’avidità e la superbia: voglio avere sempre di più e niente può fermare il potere della mia mente. Quei cacciatori-raccoglitori seppero sacrificare l’oggi per il domani, affidando generosamente a Madre Terra il cibo che da essa gli era stato donato. E ne furono lautamente ricompensati. Allo stesso modo, umilmente abbandonarono il proprio isolamento per dare vita alla grande città e a tutto ciò che ne sarebbe seguito. Ma ciò li trasformò in avidi e superbi, facendo loro perdere la connessione con la Terra e il Cielo. Persino la religione divenne politica (e lo è tutt’oggi, pur in crisi – anch’essa – che sia).

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Nei nostri giorni sta accadendo qualcosa di sottilmente analogo: le rivoluzioni tecnoindustriale e informatica stanno unendo i villaggi del pianeta nella città globale. Ma ciò non avviene più attraverso un sacrificare individualismo e risorse. Al contrario, assistiamo al trionfo del culto del sé, dell’avidità più sfrenata che avvelena e crea caos, nel pianeta e nelle nostre stesse menti. Il cibo viene dato per scontato. Ormai si pensa che cresca direttamente sugli scaffali dei supermercati e i contadini non esistono più: solo imprenditori agricoli professionisti. Non sappiamo cosa mangiamo, conta solo la crescita indefinita, non importa se inquiniamo e distruggiamo. Qualcosa si muove, si vedano fenomeni come “il ritorno alla terra”, il vegetarianesimo e simili, la mania del “food”, del bio, del green… molto marketing e ancora poca sostanza?

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Perdonatemi, sono un filosofo (ovvero mi piace fare domande) e voglio essere un contadino.

Auspico dunque una nuova rivoluzione, una rivoluzione interiore, l’unica –  come sosteneva il grande filosofo indiano Jiddu Krishnamurti – che conti davvero.

Altrimenti, temo che Madre Terra e Padre Cielo potrebbero decidersi a eliminare questo cancro, queste minuscole cellule impazzite che si credono tanto speciali e importanti, mentre invece non sono altro che esseri viventi.

 

 

Emanuele Del Curto

Direttore del centro doposcuola Aletheia di Sondrio

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