Riflessioni ferragostane

C’era un tempo in cui l’umano era un raccoglitore, come i primati. Raccoglieva ciò che trovava e sapeva essere qualcosa di nutritivo; mangiava e si riproduceva. In seguito imparò a cacciare. Poi a coltivare e ad allevare. L’essere umano era sempre stato, come tutti gli animali, principalmente preso a soddisfare il bisogno di cibo, acqua e altri generi di prima necessità.

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Tutto il “progresso” di conseguenza è stato lo sforzo di realizzare sistemi sempre più efficienti per soddisfare i bisogni primari, così da liberare tempo ed energie per quelli secondari, piaceri, comodità, lussi. Nel XX secolo si può dire che grazie alla combinazione fra sperimentazione, tecnologia, insieme delle conoscenze ed esperienze consolidate in millenni, l’umanità ha raggiunto (anche se non in tutto il pianeta) il “benessere”: uno stato di superamento dell’angoscia della sopravvivenza. Nella società del benessere si sopravvive piuttosto agilmente, in cambio di un po’ di impegno del proprio tempo e delle proprie risorse, chiamato “lavorare”.

Il progresso ha portato all’avanzamento dei prodotti tecnologici dell’essere umano. Le macchine, le infrastrutture, gli oggetti, i contesti artificiali, sono così andati a occupare, progressivamente, le attenzioni e le vite degli umani. Creando habitat prevalentemente artificiali – le città – se non interi territori massicciamente antropomorfizzati – in cui gli stessi umani vivono circondati di artificialità più o meno integrate e “rispettose” della natura. Come nella vita dunque, anche nelle menti degli umani dell’era del benessere la sopravvivenza non è più un gran problema e finalmente ci si può dedicare ad altro (come all’apparenza e alla bellezza, alla ricerca sensuale del piacere, dell’appagamento, addirittura al culto dell’immagine di sé). Ci si può occupare dell’artificiale, dei prodotti delle menti per il divertimento delle menti – la natura è un oggetto fra oggetti, una “passione”, una scelta di gusto della personalità, non una natura appunto, cioè una base essenziale di ogni avvenimento nell’esistenza individuale e collettiva.

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Ma l’umanità è anche progredita nel suo spirito, nella sua visione, nei suoi valori?

L’essere umano è certo di base utilitarista, vuole cioè massimizzare la propria sicurezza, prosperità, felicità. E’ solo parzialmente frenato da timori o da giudizi diffusi aventi forza di persuasione, di tipo religioso o ideologico (sarebbe a dire l’etica, la quale si nota bene che fine stia facendo nell’era del benessere). L’utilitarismo unito al progresso ha comportato un’espansione delle attività umane basilari – raccogliere, cacciare, coltivare, allevare, creare artifici – connotata di avidità. Quell’avidità che sconvolse i nativi nordamericani delle grandi praterie – per esempio – che cacciavano coscienziosamente, preservando l’esistenza delle mandrie per millenni, e che invece videro l’uomo bianco sterminarle, irrefrenabili (per non parlare del genocidio degli stessi nativi americani).

Irrefrenabili nel corso della Storia sono stati gli umani nell’espandersi, fuori, occupando e modellando sempre maggiori porzioni di pianeta, e dentro – nella mente – in una crescita indefinita della cultura artificiale, fino ai suoi esiti individualisti, egoici, narcisistici, materialisti, consumatori. L’umano è oggi il consumatore del pianeta. Noi crediamo che il pianeta sia nostro, che possiamo farci tutto ciò che vogliamo.

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Questo potrebbe avere delle conseguenze spiacevoli sugli umani. Il pianeta è un sistema estremamente complesso e non è facile prevederne le evoluzioni. Forse nulla di sconvolgente e pericoloso avverrà, ma sta di fatto che l’umanità va ad immergersi nell’artificiale, trasformando gli istinti in desideri sempre più lontani dalle proprie origini animali. E questo è intuitivamente preoccupante.

Ci sono umani tuttavia che praticano agricoltura, allevamento, caccia, pesca, raccolta, anche naturalismo e sport; forse non lo fanno solo per avere un ulteriore benessere (rispetto a quello garantito dal “nostro” sistema di vita), ma per far evadere e fuggire la propria mente dal regime artificiale sempre più diffuso.

Forse sono alla ricerca anche un progresso emotivo, razionale, spirituale, attraverso cui sapranno rivalutare molti egoismi e infantilismi, come l’ossessione di evitare il dolore, la morte, la fatica, le restrizioni e di ottenere sempre comfort, piacere, potere… rinunciando a un’eccessiva presenza dell’artificiale, relegandolo a una funzione utilitaristica, provando a conciliare la nostra natura animale con la sete di comunicazione, interazione e godimento della nostra mente.

 

In collaborazione con Emanuele Del Curto

Direttore del centro Aletheia di Sondrio

(https://www.facebook.com/Aletheia-1662491397317881/)

“Pionieristica per la Montagna del futuro”

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