TZÈRB, la coltura degli incolti

Nel dialetto locale la parola “TZÈRB” sta ad indicare un terreno abbandonato.    

Negli anni, la principale delle nostre missioni, è stata recuperare gli incolti.    

Sottrarre terre, spesso piccoli appezzamenti impervi di versante, all’incuria e alla rovina, è sempre stata una nostra (malsana!?) passione, una sorta di sentita missione. 

Immersi nelle sterpaglie, pizzicati e graffiati dai rovi, un groviglio di infestanti fameliche che avvolgono l’archeologia agricola valtellinese, una terra nuovamente fertile, bonificata nel ciclo naturale dell’abbandono che, seppur strano a vedersi, dona nuova linfa ai terreni, spesso, troppo sfruttati nel recente passato. 

Nasciamo così e così continuiamo, un passo alla volta, molte volte camminando controvento, su queste rocce, sudore, legno e tralci, segno d’un continuo lavorio (e logorio) delle genti prima di noi. 

Ora viviamo tra le comodità, siamo fortunatissimi! 

Siamo una brutta copia sbiadita degli Eroi che hanno modellato e plasmato questi terrazzamenti, siamo fatti con materiale più scadente, ci rompiamo (e stanchiamo) più facilmente (probabilmente!), ci sbizzarriamo a ripensare il presente, per cercare di migliorare (o, almeno, salvaguardare) il futuro, consci che tutto è cambiato, che tutto si evolve rapidamente e noi, spesso ostinati a non capire, ancora percorriamo quelle antiche vie che, tutt’oggi, ci danno di che vivere.  E anzi, desiderosi e aperti, accogliamo chi, da vicino o da lontano, voglia apprendere queste arti e iniziare a calpestare le impronte di un tempo, un tempo lontano, che rispettiamo ma che, troppo spesso, ci ha allontanato dalle attività agricole, sperando convintamente nello “sviluppo industriale” o nel “settore terziario”, modelli economici che, in pochi anni, finora, hanno raggiunto l’apice, ed ora, inesorabilmente, troppo spesso, sono già finiti  (…).

Sta a noi cercare di dare un piccolo buon esempio, rivoltare quelle zolle, con rispetto e consapevolezza, ora che siamo più “studiati”, chiniamo la schiena ed elogiamo il suolo e la terra fertile ma, non dimentichiamoci, di osservare il panorama, alzare lo sguardo verso il cielo e, soprattutto, gioirne e goderne.

Ah, quasi dimenticavo, “TZÈRB” è divenuto il nome del nostro vino, da uve di queste vecchie vigne abbandonate o da vigneti che rischiavano di divenirlo e, finora, non lo sono; ovviamente conservando i vecchi ceppi di vite e riportandoli in produzione, poco ma buono, ma questa è un’altra storia…

PS. sui social ci trovate digitando “Orto Tellinum genuino alpino