“Coronavirus” cambia il clima. Nulla dovrà tornare come prima.

Parola di Teodoro di “Civiltà Contadina”…

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Per una campagna dal basso, sociale, ecologista, conviviale.

L’idea mi è venuta dopo aver riflettuto su alcuni  dati importanti. Dopo la crisi del coronavirus, quella che in questo momento stiamo vivendo,  dentro questo periodo di angosce e paure, dolore e panico, alcuni elementi ridisegnano la  realtà. Non tutti negativi.

Per esempio: la diminuzione  dell’inquinamento dell’aria. L’annullamento di milioni di voli ha provocato, si vede dai satelliti, assieme alla riduzione  del traffico stradale, una sostanziale  pulizia  dei cieli del nord Italia. Presto, nelle prossime settimane, questo effetto si produrrà sull’Atlantico del nord. I ghiacciai del Polo proseguono nel loro scioglimento. Il Brasile prosegue la deforestazione dell’Amazzonia. Per mancanza  di consumatori, per la riduzione delle attività su scala globale,  siamo certi che anche questa dovrà rallentare. L’economia mondiale, largamente finanziarizzata, basata su speculazione ed azzardi più che  sul solido ancoraggio all’oro, com’era prima, barcolla alle prese con un virus invisibile.

Campagna Civiltà…

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Massimo Fini: “Cosa impareremo alla fine di tutto”

Un articolo di Massimo Fini, meno consumismo e più natura…

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(di Massimo Fini – Il Fatto Quotidiano) – Quando tutto ciò sarà finito saremo profondamente cambiati. Poiché molte persone, pur senza ancora raggiungerle, saranno spinte verso le soglie di povertà e si vedranno costrette a concentrarsi sull’essenziale. Anche perché è prevedibile che i beni essenziali rincareranno e di molto e quindi bisognerà tesaurizzare per averli lasciando perdere il superfluo.

Certo, potrebbe intervenire il governo con misure di calmieraggio, ma è dai tempi della peste raccontata dal Manzoni che tutti quelli che hanno letto I promessi sposi almeno a scuola sanno che il calmiere non serve a nulla se non a scatenare il mercato nero.

Quando tutto ciò sarà finito saremo maggiormente coscienti che la Natura non è ‘altro da noi’ ma che noi ne facciamo parte integrante e ne dobbiamo seguire le inderogabili leggi e non manipolarla e saccheggiarla stolidamente come stiamo facendo da un paio di secoli, dilapidando la…

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Il paradosso dell’agricoltura biologica

La produzione del cibo inizia con la rivoluzione agricola, il momento in cui l’essere umano smette di raccogliere granaglie, legumi, bacche e frutti e inizia a domesticarli, a selezionarli conservandone la semente in modo differenziale (questa pianta ha dato buoni frutti, useremo i suoi semi per l’anno venturo…), in una parola a coltivarli. Questo processo graduale è databile intorno a 10mila anni fa e avvenne quasi contemporaneamente, con tutta probabilità, sia in medio oriente che in Asia e nelle americhe. Di “poco” successivo l’addomesticamento di alcune specie animali e il conseguente inizio dell’allevamento. Si passò dunque, dopo decine (centinaia, se consideriamo tutta la storia delle varie specie di Homo) di migliaia di anni, da un’alimentazione basata sulla raccolta e la caccia, ad un’alimentazione che poteva essere gestita secondo una programmazione annuale e pluriennale (imprevisti permettendo) e consentiva di generare un’abbondanza mai vista prima. Non è forse un caso che la civiltà, la città, la nascita del potere politico, dei primi stati dell’età antica sono fenomeni inziati proprio a seguito di questi cambiamenti. Per qualche millennio la situazione non cambiò granchè, fino all’arrivo sulla scena della Storia di due altre rivoluzioni di capitale importanza, la rivoluzione scientifica e la rivoluzione industriale.

Per farla breve sono le applicazioni della scienza e della tecnica moderna, insieme al sistema industriale, ad aver trasformato l’agricoltura, che per millenni era stata certamente una pratica artificiale, perché operata dagli esseri umani (quindi non un insieme di processi naturali spontanei), ma allo stesso tempo pressoché naturale, in quanto basata su un’alterazione piuttosto contenuta di quanto normalmente accade in natura (le uniche eccezioni essendo la monocoltura, le lavorazioni dei campi e la selezione artificiale delle specie coltivate ed allevate). Dall’ottocento in avanti, fino alla nascita e proliferazione dell’agricoltura biologica nel secondo novecento, invece, l’artificialità è cresciuta notevolmente, sotto forma di interventi “chimici” di fertilizzazione, diserbo, contrasto di patologie (dovute per lo più alla monocoltura combinata con l’utilizzo di varietà di selezione moderna, selezionate per la resa e/o certe altre caratteristiche desiderate), fino alla creazione degli OGM (organismi geneticamente modificati). Il tutto, chiaramente, secondo la logica del profitto, che ha portato l’agrochimica industriale a consociarsi con la GDO (grande distribuzione organizzata), finendo con l’essere una parte del processo complessivo di affermazione del capitalismo consumistico: mercati prima e supermercati poi pieni in modo ridicolo di cibi di ogni tipo, causanti molti sprechi e la tendenza ad un consumo esagerato (si veda la proliferazione dell’umano – recentemente anche dell’animale domestico – sovrappeso con patologie conseguenti e correlate), a fronte naturalmente di quel secondo, terzo e quarto mondo con diffuse malnutrizione e denutrizione. Nonché attecchimento, nei “paesi sottosviluppati”, dello stesso modello agrochimico-industriale, ovviamente al fine di un perverso perfezionamento del consumismo alimentare del primo mondo, elemento peraltro perfettamente recepito e per certi versi peggiorato anche dall’agricoltura a favore di vegetariani e vegani (per la necessità in queste diete di sostituire alimenti di origine animale con esotici prodotti vegetali provenienti da zone sottosviluppate, dove lavoratori e terreni vengono ampiamente sfruttati e depauperati).

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Ancora: vigneti secolari, originariamente composti da piante ad alta biodiversità, sostituiti da produttivi cloni (come la pecora Dolly – piante geneticamente tutte uguali) per ettari e ettari, perché più produttivi, uniformi etc, mangimi per animali prodotti a migliaia di kilometri mentre i pascoli collinari e montani europei sono all’abbandono (e ci si ferma qui sul mondo dell’allevamento, giusto per risparmiarvi orribiltà assortite da voltastomaco), ortaggi ibridati artificialmente per decine di generazioni per ottenere polpe sode (che non si ammaccano nei trasporti) o altre caratteristiche legate al lato commerciale e non certo sapori eccelsi o resistenza alle patologie per esempio, frutta e verdura prodotti in inverno a suon di gasolio per riscaldare le serre, proliferazione di trattori e mezzi vari molto pesanti, che compattano troppo il terreno compromettendone la fertilità, già avvelenata dai diserbanti, fertilizzanti, antiparassitari, anticrittogamici etc, che hanno portato, portano e porteranno alla morte dei suoli, da unirsi in un bel pacchetto regalo per le generazioni future all’uso irresponsabile dei combustibili fossili, che sta causando il più celebre riscaldamento globale.

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Dagli eccessi dell’agricoltura chimico-industriale, soprattutto nella forma della percezione crescente, perlomeno dagli anni ’70 in poi, dei danni ai terreni, alla biodiversità e alla salute di persone, animali ed ecosistemi da questa procurata è nato il “movimento” per l’agricoltura biologica: un paradosso in quanto l’agricoltura era stata per millenni certamente biologica, perfino più biologica di quella certificata come tale da disciplinare, in quanto infatti, intanto, non era industriale, cioè “massificata” e sottomessa al profitto, e in ogni caso non utilizzava chimica e meccanizzazione come invece comunque fa l’agricoltura biologica, seppur in misura limitata rispetto all’agricoltura convenzionale.

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Ma come è noto l’agricoltura biologica, per quanto in crescita, è ancora una parte esigua rispetto al totale. L’industrializzazione chimica e meccanica dell’agricoltura prosegue infatti tuttoggi ed essendo passate ormai un numero sufficiente di generazioni agricoltura è divenuta, nell’immaginario collettivo, agrochimica industriale tout court. Se si va da uno dei sempri più rari vecchi contadini che ricordano le arature con i buoi o i cavalli e le interminabili raccolte a mano, parlando di necessità di abbandonare le tecniche “moderne” si verrà presi per matti, masochisti che auspicano un ritorno a fatiche ormai inimmaginabili, pochi o nessun profitto e una vita di insicurezze…

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Ci fermiamo qui per il momento, avendo fornito – si spera – qualche spunto di riflessione sul nostro stile di vita come individui e come società: libri, siti web, documentari non mancano per informarsi ulteriormente. A disposizione informazioni anche sulle possibilità di cambiare questo scenario deprimente ma non irrimediabile con soluzioni praticabili e praticate. Ma prima bisogna uscire dal sonno consumistico, smettendo di essere infantili, poiché, come bambini, spesso ci si rifiuta di guardare alla realtà, per voler rimanere in un sempre più problematico sogno ad occhi aperti, quello del voler vivere nel paese dei balocchi, un delirante sogno che, se mantenuto e non evoluto, si trasformerà in un incubo per la vita sulla terra.

 

Testo di Emanuele Del Curto, filosofo.

In collaborazione con Orto tellinum – genuino alpino

http://www.facebook.com/ortotellinum

Valtellina BIO: una frutticoltura alpina, sostenibile e identitaria

Sembra giunto il momento di pensare ad un nuovo modello di frutticoltura (e di agricoltura) per la montagna e le aree interne. Quella che abbiamo ereditato dalla “rivoluzione verde” e cioè industriale, chimica, ad elevati investimenti, geneticamente spinta, energivora, legata alla GDO non è più in grado (a differenza del passato) di garantire benessere, ricchezza e qualità della vita sia per chi opera in frutticoltura, e sia per chi abita tra i meleti con il diritto di vivere in un ambiente sano, pulito, giusto ed etico. Lo “scambio” tra reddito e salute che aveva governato lo sviluppo impetuoso delle melicoltura industriale valtellinese è saltato, perché è venuto meno il reddito che garantiva la produzione di mele. E se questo “patto” deve essere necessariamente ridefinito, pena il progressivo espianto di frutteti, e la marginalizzazione della frutticoltura nel quadro delle produzioni identitarie della Valtellina, è necessario innanzitutto guardare a come si stanno riposizionando sistemi territoriali e produttivi simili alla Valtellina.

Punto.Ponte

a cura di ART srl – Analisi, Ricerche e Interventi Territoriali

“Il cibo è metafora, la più bella, la più interessante e
completa per osservare le cose del mondo.Perché mostra sì con estrema
rapidità tutte le cose che stanno andando male, e le ragioni per cui vanno
male, ma indica altrettante soluzioni perché possano andare meglio”.

La coltivazione del melo in Valtellina

La frutticoltura, ed in particolare l’allevamento del melo, ha origini antiche in Valtellina. Tracce della sua indicativa presenza si trovano in epoca medioevale, riconosciuto tra “gli alberi da frutto” di cui era particolarmente ricco il territorio valtellinese, soprattutto sul versante retico. Una frutticoltura, quella valligiana, non ancora specializzata, e praticata in ambito dell’azienda agricola familiare e di conseguenza destinata principalmente all’autoconsumo. Ciò significava per altro verso, la presenza di una gamma varietale molto ampia costituita oltre che da mele, da pesche, pere, susine e ciliegie. Il…

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ehi tu! con il trattorone

Dal TellinCamuno …

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Tu con il trattorone, che semini il mais da trinciare nei terreni fertili del fondo valle, ti sei accorto che distruggi le strade di campagna dove magari altri devono accedere ai loro campi o vogliono semplicemente farsi una passeggiata, ti sei accorto che se diserbi, e questo non te lo posso impedire, con il vento questo si disperde e rovini le colture del tuo vicino, ti sei accorto che il diserbo è regolamentato e va segnalato quando lo si fa, ti sei accorto che per far manovra con il tuo trattorone sei passato sopra il mio campo tritandomi il mio mais, il mio mais quello buono per far la polenta, ti sei accorto che quando ari il terreno interri parecchia spazzatura, ma immagino che gran parte sia la tua, ti sei accorto che se continui arare ogni anno quei campi fertilissimi vicino al fiume quando piove questi si allagano assomigliando…

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L’arte del recupero

Estirpare edera e rovi, sistemare pietre e riportare alla luce secolari muri, salvare vecchie viti e riutilizzare fil di ferro arrugginiti: la nostra passione!

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È da anni che ci occupiamo di recuperare terreni incolti sui terrazzamenti (S)vitati di Valtellina per dare un futuro a noi stessi e a chi, in queste terre, vorrà coltivare.

Dopo millenni di lavoro, costante impegno e manutenzione da parte dell’uomo, ora, e negli ultimi decenni, l’uomo stesso ha abbandonato quasi totalmente questa fonte di reddito. Una corsa al posto fisso, una discesa dal versante verso le nuove strutture in cemento sul fondovalle, verso le città, scappando dai borghi, una perdita di memoria storica, sfuggire da una vita molto faticosa, ma anche sana, tutto questo è accaduto e si sta perpetrando di continuo.

Un abbandono, forse, troppo rapido!

 

 

In questo contesto da fine del mondo, in un’epoca storica senza appigli, dove smarrimento, ferocia e autocommiserazione sono imperanti, ci piace utilizzare le nostre energie in un modo che ci sembra utile, canalizzare le forze in attività di millenaria memoria e che, nonostante l’attualità delirante, abbiamo il sentore che queste, invece, possano avere ancora un lungo futuro, quindi siamo convinti che siano fatiche ben spese.

 

 

L’idea che possa divenire un messaggio positivo e propositivo da diffondere, una sorta di virus, un contagio buono che stimoli amore verso la terra che ci ospita, ci da forza, ogni giorno, per non placare le nostre visioni e, anzi, disseminarle con ogni mezzo.

Così, negli anni, molte persone sono passate di qua, da ogni luogo e da diverse estrazioni sociali, un gruppo sempre più corposo che comunica e veicola lo spirito costruttivo di Orto Tellinum – genuino alpino, nato dall’esigenza di costruire relazioni profonde tra piccoli produttori di cibo e vino autentici, legati alla terra da cui provengono. Con l’intento di custodire e diffondere semi e viti secolari che si sono evoluti lentamente, nel tempo, in Valtellina. Ogni nostra opera è frutto di molte fatiche, infinite riflessioni e ha i sentori veri della terra, che vogliamo tutelare per garantirne la fertilità per le future generazioni.

 

 

I fazzoletti di vigne e campi che gestiamo, talvolta dalle dimensioni di 100, 200 metri quadri, con solo qualche decina di preziose viti secolari, sono ciò che tuteliamo, ringiovanendo lo scorrimento linfatico delle vecchie piante malconce, ridando vita a terra abbandonata e nuovamente fertile, utilizzando metodi naturali di pacciamatura e raro sfalcio delle spontanee, così da arricchire l’orizzonte organico del suolo, stimolandone l’attività microbica che ristabilisce l’equilibrio in terreni, spesso impoveriti da passate attività estrattive (cit.)…

 

 

Stimolati dall’Arte del recupero delle vecchie viti del “nostro/vostro” Nebbiolo Ciuvinasca, ci dedichiamo al riutilizzo di utensili in disuso e vecchi ferri, per continuare l’opera di chi ci ha preceduto, incastrando direttamente gli oggetti nella roccia madre del versante, così da fissare il fil di ferro (anch’esso di recupero!), del filare, ricostituendo le piccole spalliere che sorreggono il portamento e la struttura delle viti.

Ogni tanto qualche piccola sistemazione di rocce per mantenere i maestosi muri in pietra a secco, manutenzione fondamentale per sostenere i magnifici “ricami paesaggistici” della montagna che ci nutre.

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Utili e dilettevoli lavori invernali che ci riscaldano e rigenerano, noi e l’ambiente, con continue ma gioiose fatiche!