l’inverno sta arrivando…

Tellin Camuno, uno di noi!

Tellincamuno

L’inverno sta arrivando, motto di casa Stark, “le cronache del ghiaccio e del fuoco”.

Ma uno cosa fa in inverno? molti me lo chiedono? a parte starsene davanti al fuoco con i gatti accoccolati sulle ginocchia, contare i fagioli e fare il calcolo di quanti milioni di euro si guadagnerà l’anno a venire, c’è sempre da fare nei campi in base ai progetti che uno ha in testa per l’anno venturo, ad esempio io metterò miliaia di fagioli, una delle cose che più mi eccita nelle mie scorribande è trovare una boscaglia di sanguinello, a quel punto mi prende un sussulto, un moto di esultanza, il paradiso dei coltivatori di fagioli, ecco cosa faccio durante la stagione gelida; taglio i tutori per i fagioli, centinaia quasi miliaia, il sanguinello della famiglia del corniolo ha un incredibile attitudine pollonifera, inconfondibile grazie al fusto di colore rossiccio, il massimo, dopo di lui…

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La storia di una pannocchia che diventò farina

Tre anni fa, quasi per caso, un amico mi diede una pannocchia di mais…

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Era un gesto che rappresentava un prezioso scambio, un simbolo di continuità, qualcosa di prezioso da tramandare.

Di quei semi recuperati, con ricerche continue, scoprimmo si trattava di una varietà locale di Mais rostrato rosso che qualche nostro antenato aveva conservato moltiplicandoli, fortunatamente fino ai giorni nostri (no, non è la pannocchia in foto!).

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La storia del Mais in Valtellina è abbastanza recente, solo verso la fine del XVII secolo s’iniziava a inserirlo nella dieta alpina. Molto più produttivo e facilmente lavorabile rispetto a Grano saraceno, Segale, Orzo, Miglio, Panìco e così via.

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Ovviamente, alla primavera successiva, entusiasti come mai, abbiamo ricominciato a coltivare quei semi rosso-violacei nei nostri campi, terreni fertili sottratti all’abbandono degli anni passati, dove i rovi e le sterpaglie hanno bonificato naturalmente l’ex coltura a vigneto a cui, questi terrazzamenti, erano dedicati fino a pochi decenni fa.

Così, negli anni, da una pannocchia coltivata siamo arrivati ad averne abbastanza per l’appezzamento che avevamo prescelto, un fazzoletto di terra da una una pertica valtellinese (688 m2 circa!).

Le nostre pratiche di coltivazione sono il più possibile naturali e rispettose dell’ambiente e, quindi, della nostra salute e lungimiranti verso il cibo presente e futuro.

Ogni pannocchia è stata raccolta a mano e, eventuali tracce di piralide, diabrotica e altri parassiti, sono state selezionate manualmente con molta cura, gli scarti sono apprezzatissimi dagli abitanti del nostro pollaio.

Focus: “Non basta coltivarsi il proprio orticello per mangiare sano, bisogna sapere che vi sono molte altre problematiche dietro un buon piatto salutare e genuino, chissà se lo sanno gli Chef stellati…”

La buona annata agricola, almeno per quanto riguarda il mais, ci ha permesso di averne in quantità sufficiente per poterne macinare una parte, così da goderne della sua bontà con familiari e amici.

Ora profumate polente inebriano il vicinato, aromi e gusti unici si diffondono nell’aria, fragranze evolutesi parallelamente alle vicissitudini climatiche, alle tipologie di terreno, alle tecniche colturali del passato, con una selezione adattativa lieve e continua nel tempo fatta dall’uomo che dona, all’essere umano stesso, una miriade di composti estratti dalla sua chimica organica, uno vero sfavillio godereccio per i nostri sensi.

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Se vi va di conoscerci e di assaggiare questa e altre nostre produzioni, contattateci!

e seguiteci qui:

http://www.facebook.com/ortotellinum

 

per chi potesse e volesse sostenere le nostre attività:

https://buonacausa.org/cause/coltivare-semi-antichi-di-valtellina-terrazzamenti

 

 

 

Vieni che ti insegno a “pudà, rizzà e stagnà”

Da rimembrare ogni tanto…

camminare controvento (in Valtellina)

Durante l’inverno c’è tempo per riflettere, riordinare la dispensa, potare e insegnare a  potare.

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Alcuni interessati mi hanno chiesto se fosse possibile partecipare alla mia raccolta fondi per il recupero di vigneti abbandonati (http://buonacausa.org/cause/recupero-vigneti-in-valtellina), senza  il versamento effettivo di danaro ma mediante il loro aiuto nei lavori agricoli in cambio d’insegnamento.

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Così, per ora già tre aiutanti, Paolo, Stephen e Stefano, ognuno con alle spalle la propria storia e le personali motivazioni, sono accorsi a seguire le “lezioni”.

Nessuno di loro aveva mai praticato quest’attività, dapprima si è iniziato con vere e proprie lezioni teoriche in vigna. I banchi di scuola sono state le piante di un vigneto abbastanza trascurato, i testidi studio erano le ore in cui, al gelo invernale di Piateda, mostravo le caratteristiche delle spettrali vigorose viti e le forbici erano le penne con cui scrivere le nostre trame su quei vecchi legni…

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“Ritorno in Valtellina per dedicarmi alla viticoltura eroica, camminando controvento”

5 MINUTI PER L'AMBIENTE

Biodiversità e sostenibilità, agricoltura alpina, creatività dei popoli di montagna, cibo genuino e molto altro ancora. In Valtellina un gruppo di liberi pensatori ha deciso di passare all’azione e si è messo in cammino… in salita, controvento ma con il sole in faccia e il sorriso in volto. La storia di Jonatan.

jonatan001Jonatan Fendoni, trentun anni, valtellinese, trasferito a Milano per studiare, da sei anni è tornato a casa, tra le sue montagne, per riprendere il lavoro del nonno e dedicarsi alla terra. Insieme a lui un gruppo di amici riscopre tecniche antiche e applica nuovi saperi all’agricoltura e alla viticoltura, in un luogo in cui la natura è davvero impervia, ma solo se non la sai ascoltare. Terrazzamenti costruiti pietra su pietra, rupi su rupi, labirinti di viti, scalette di roccia, pendenze ripide, gradini piccoli e scoscesi, in Valtellina l’agricoltura non è per niente facile… “e non è…

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storie di semi

Così parlo il Tellin Camuno…

Tellincamuno

I semi da milllenni accompagnano la storia dell’umanità, degli spostamenti e delle migrazioni dei popoli, in tempo di guerra e in tempo di pace, io amo seminare e coltivare, amo la storia fin da piccolo, soprattutto amo le storie piccole, quelle delle persone normali, moltiplicando un  seme porto avanti una storia, iniziata chissà dove e chissà quando, la arricchisco ancora di più, quando una persona mi dona dei semi è sottinteso che io voglia saperne di più; “i tuoi nonni da quanto la coltivavano?” “dove reperirono i semi?”, più che aver perso varietà abbiamo perso le storie, non mi prodigherò poi nel mantenere questa varietà in purezza, mi importa di più la sua contaminazione ricevuta attraverso secoli, perchè non era una preoccupazione dei nostri avi mantenere, a loro premeva produrre cibo, io lascerò che si contamini ancora, sono un coltivatore oltre che un custode, la chiamo evoluzione, racconta la…

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Il futuro della montagna

Nell’era della globalizzazione, qual è il futuro dei territori marginali, come la montagna?

Territori marginali rispetto – s’intende – al grande flusso di persone, cose e informazioni proprio dei centri metropolitani. Territori in cui si può, quindi, immaginare un modello di vita peculiare, alternativo. Non più basato su una crescita indefinita, oggi in crisi. Crescita che rappresenta in sé l’essenza della città, della grande città, della metropoli.

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Ora, la metropoli è basata sull’accumulazione: di persone, di risorse, di produzione. La montagna, la valle alpina si basa invece sulla diffusione, sulla dispersione dell’antropico, dell’elemento umano sul territorio. La metropoli esalta l’artificiale, l’artificio volto a massimizzare il benessere e il potenziale creativo, associativo, economico, culturale… la montagna, la ruralità alpina favorisce invece l’armonia fra elemento umano ed ecosistema naturale. Ma questo può avvenire a condizione che la montagna (o la campagna) non imitino la città, facendo propria la logica dell’accumulazione, della crescita.

Come sarà dunque la comunità montana del futuro? (comunità montana non nel senso dell’istituzione ovviamente, ma della non-città alpina nel suo complesso, rete di centri abitati diffusa sul territorio)

Essa potrà essere sostenibile e autonoma, perché basata su un’agricoltura e uno sfruttamento delle risorse del territorio sostenibili, alla base. L’autonomia come concetto e prassi funziona solo se è tale rispetto ad ogni livello considerato, quindi già il singolo villaggio sarà tendenzialmente autonomo, attraverso una filiera produttiva più completa possibile, una rete di saperi e mestieri distribuita sinergicamente fra i suoi abitanti, assecondando predilezioni, talenti, libera iniziativa. Inoltre ogni villaggio avrà sviluppato delle produzioni di eccellenza, legate alla storia, tradizioni e caratteristiche della località stessa, produzioni che verranno distribuite e condivise nei territori circostanti. Ma la base sarà a km 0: vini naturali, prodotti preservando le storiche coltivazioni e vinificazioni, cereali alpini, ortaggi, frutta, allevamento, erbe spontanee che nell’insieme avranno ripristinato la dieta alpina, insieme a tutti i suoi benefici. Attraverso varietà antiche e quindi adattate agli ambienti e ai micro-climi, metodi naturali o a impatto minimo, rispetto delle stagionalità, della semplicità e della frugalità proprie dell’era pre-tecnologica, ma con a disposizione tutta la tecnologia ad aiutare e ampliare possibilità e creatività.

Essa potrà essere ricca: ricca di armonia fra vita, cultura e bellezza, memoria storica, conoscenza e consapevolezza del territorio, paesaggio antropomorfizzato e non, esigenze produttive e di consumo. Ricca quindi di attrattiva per un turismo alla scoperta di luoghi, identità e stili di vita della montagna, in una rete di nuovo sinergica fra ristorazione, agriturismo, artigianato, sport, natura e tutto ciò che la vita in montagna offre. In cui l’eccedenza del coltivatore diviene materia prima per l’osteria locale che attrae viaggiatori e ospiti del territorio. Viaggiatori che scopriranno come la montagna e i suoi abitanti del futuro sappiano riproporre il patrimonio degli antichi con rinnovata intelligenza, in un’ottica non più di mero sfruttamento delle risorse ma di ciclicità della biosfera. Non si sfrutterà irresponsabilmente quanto indispensabile al capriccio umano, ma si preleverà il necessario restituendo il possibile, senza impattare e stravolgere le eco-nicchie, imparando a non-fare, a conservare, restaurare, rallentare… uno-due ettari per famiglia, produzioni con metodi che riducano ore di lavoro e impatto sull’ambiente, sapori veri, micro-economia diffusa e cooperativa: ecco la ricetta per la futura ricchezza della comunità montana.

Essa potrà dunque essere libera: libera di offrire uno stile di vita in cui è raggiungibile un equilibrio fra artificiale e naturale, fra ego e rinuncia a sé, dove l’immagine personale non è tutto, dove l’autonomia non è individualismo, dove si può ricercare la pace interiore oltre ad ogni altra forma di umana realizzazione. Libera di non esasperare la divisione del lavoro, ma scoprire la dimensione artistica dell’opera umana, al posto di una alienante iper-specializzazione che la civiltà metropolitana della tecnica impone. Sarà una libertà da…. una libertà di… e queste le abbiamo dette, ma sarà anche e soprattutto una libertà per.

Per l’ulteriore futuro della montagna e del pianeta.

 

 

“Pionieristica per la Montagna del futuro”

la microagricoltura di montagna

Tellincamuno

“Non è facile sporcare di terra le parole sull’agricoltura; questo è il tempo della comunicazione, è la civiltà dell’immagine, dove le parole bastano a sè stesse e qualche volta parla di più chi meno sa. Così penso a chi predica il ritorno alla terra a quei cittadini scolarizzati come me che, quando vanno a vivere in campagna, li riconosci facilmente perchè sono quelli che fanno la lezione agli altri. Un po’ moralisti, un po’ millenaristi, a volte teorizzano il ritorno alla terra anche se ci vanno a vivere per la prima volta. Parlano con sicurezza di agricoltura biologica, biodinamica, sinergica o del non fare, parlano di permacultura, di orti circolari o a spirale, cercano le antiche varietà, anche se non hanno ancora provato a zappare un orto, e appena lo fanno si sentono già contadini. Va tutto bene, ognuno fa ciò che può e ciò che sa. E va…

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