L’arte del recupero

Estirpare edera e rovi, sistemare pietre e riportare alla luce secolari muri, salvare vecchie viti e riutilizzare fil di ferro arrugginiti: la nostra passione!

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È da anni che ci occupiamo di recuperare terreni incolti sui terrazzamenti (S)vitati di Valtellina per dare un futuro a noi stessi e a chi, in queste terre, vorrà coltivare.

Dopo millenni di lavoro, costante impegno e manutenzione da parte dell’uomo, ora, e negli ultimi decenni, l’uomo stesso ha abbandonato quasi totalmente questa fonte di reddito. Una corsa al posto fisso, una discesa dal versante verso le nuove strutture in cemento sul fondovalle, verso le città, scappando dai borghi, una perdita di memoria storica, sfuggire da una vita molto faticosa, ma anche sana, tutto questo è accaduto e si sta perpetrando di continuo.

Un abbandono, forse, troppo rapido!

 

 

In questo contesto da fine del mondo, in un’epoca storica senza appigli, dove smarrimento, ferocia e autocommiserazione sono imperanti, ci piace utilizzare le nostre energie in un modo che ci sembra utile, canalizzare le forze in attività di millenaria memoria e che, nonostante l’attualità delirante, abbiamo il sentore che queste, invece, possano avere ancora un lungo futuro, quindi siamo convinti che siano fatiche ben spese.

 

 

L’idea che possa divenire un messaggio positivo e propositivo da diffondere, una sorta di virus, un contagio buono che stimoli amore verso la terra che ci ospita, ci da forza, ogni giorno, per non placare le nostre visioni e, anzi, disseminarle con ogni mezzo.

Così, negli anni, molte persone sono passate di qua, da ogni luogo e da diverse estrazioni sociali, un gruppo sempre più corposo che comunica e veicola lo spirito costruttivo di Orto Tellinum – genuino alpino, nato dall’esigenza di costruire relazioni profonde tra piccoli produttori di cibo e vino autentici, legati alla terra da cui provengono. Con l’intento di custodire e diffondere semi e viti secolari che si sono evoluti lentamente, nel tempo, in Valtellina. Ogni nostra opera è frutto di molte fatiche, infinite riflessioni e ha i sentori veri della terra, che vogliamo tutelare per garantirne la fertilità per le future generazioni.

 

 

I fazzoletti di vigne e campi che gestiamo, talvolta dalle dimensioni di 100, 200 metri quadri, con solo qualche decina di preziose viti secolari, sono ciò che tuteliamo, ringiovanendo lo scorrimento linfatico delle vecchie piante malconce, ridando vita a terra abbandonata e nuovamente fertile, utilizzando metodi naturali di pacciamatura e raro sfalcio delle spontanee, così da arricchire l’orizzonte organico del suolo, stimolandone l’attività microbica che ristabilisce l’equilibrio in terreni, spesso impoveriti da passate attività estrattive (cit.)…

 

 

Stimolati dall’Arte del recupero delle vecchie viti del “nostro/vostro” Nebbiolo Ciuvinasca, ci dedichiamo al riutilizzo di utensili in disuso e vecchi ferri, per continuare l’opera di chi ci ha preceduto, incastrando direttamente gli oggetti nella roccia madre del versante, così da fissare il fil di ferro (anch’esso di recupero!), del filare, ricostituendo le piccole spalliere che sorreggono il portamento e la struttura delle viti.

Ogni tanto qualche piccola sistemazione di rocce per mantenere i maestosi muri in pietra a secco, manutenzione fondamentale per sostenere i magnifici “ricami paesaggistici” della montagna che ci nutre.

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Utili e dilettevoli lavori invernali che ci riscaldano e rigenerano, noi e l’ambiente, con continue ma gioiose fatiche!

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Organismi Geneticamente Modificati e Nuove Biotecnologie

Articolo molto interessante di Salvatore Ceccarelli

Salvatore Ceccarelli

Negli ultimi mesi, indirettamente e direttamente si è parlato molto di biotecnologie.

Indirettamente se ne è parlato attaccando modi di fare agricoltura (biologica e biodinamica) che si basano sui principi di agro ecologia, che ormai si considera una scienza essendo insegnata anche nelle Università (per esempio al Berkeley Food Institute, University of California, Berkeley).

Uno degli argomenti usato in questi attacchi è che in agricoltura biologica e biodinamica non è permesso coltivare Organismi Geneticamente Modificati (OGM), ai quali recentemente sono stati equiparati, suscitando molta indignazione in chi di biotecnologie si intende, gli organismi vegetali ottenuti con il “Gene Editing” che invece da molti sono considerate Nuove Biotecnologie (Nbt) non equiparabili agli OGM come invece recentemente decretato (per maggiori dettagli vedere anche https://terraevita.edagricole.it/economia-e-politica-agricola/nbt/).

Direttamente se ne è parlato spesso anche sulla stampa Italiana lamentando gli svantaggi di cui soffrirebbe non solo l’agricoltura italiana ma anche quella mondiale, e quindi la…

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Riflessioni ferragostane

C’era un tempo in cui l’umano era un raccoglitore, come i primati. Raccoglieva ciò che trovava e sapeva essere qualcosa di nutritivo; mangiava e si riproduceva. In seguito imparò a cacciare. Poi a coltivare e ad allevare. L’essere umano era sempre stato, come tutti gli animali, principalmente preso a soddisfare il bisogno di cibo, acqua e altri generi di prima necessità.

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Tutto il “progresso” di conseguenza è stato lo sforzo di realizzare sistemi sempre più efficienti per soddisfare i bisogni primari, così da liberare tempo ed energie per quelli secondari, piaceri, comodità, lussi. Nel XX secolo si può dire che grazie alla combinazione fra sperimentazione, tecnologia, insieme delle conoscenze ed esperienze consolidate in millenni, l’umanità ha raggiunto (anche se non in tutto il pianeta) il “benessere”: uno stato di superamento dell’angoscia della sopravvivenza. Nella società del benessere si sopravvive piuttosto agilmente, in cambio di un po’ di impegno del proprio tempo e delle proprie risorse, chiamato “lavorare”.

Il progresso ha portato all’avanzamento dei prodotti tecnologici dell’essere umano. Le macchine, le infrastrutture, gli oggetti, i contesti artificiali, sono così andati a occupare, progressivamente, le attenzioni e le vite degli umani. Creando habitat prevalentemente artificiali – le città – se non interi territori massicciamente antropomorfizzati – in cui gli stessi umani vivono circondati di artificialità più o meno integrate e “rispettose” della natura. Come nella vita dunque, anche nelle menti degli umani dell’era del benessere la sopravvivenza non è più un gran problema e finalmente ci si può dedicare ad altro (come all’apparenza e alla bellezza, alla ricerca sensuale del piacere, dell’appagamento, addirittura al culto dell’immagine di sé). Ci si può occupare dell’artificiale, dei prodotti delle menti per il divertimento delle menti – la natura è un oggetto fra oggetti, una “passione”, una scelta di gusto della personalità, non una natura appunto, cioè una base essenziale di ogni avvenimento nell’esistenza individuale e collettiva.

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Ma l’umanità è anche progredita nel suo spirito, nella sua visione, nei suoi valori?

L’essere umano è certo di base utilitarista, vuole cioè massimizzare la propria sicurezza, prosperità, felicità. E’ solo parzialmente frenato da timori o da giudizi diffusi aventi forza di persuasione, di tipo religioso o ideologico (sarebbe a dire l’etica, la quale si nota bene che fine stia facendo nell’era del benessere). L’utilitarismo unito al progresso ha comportato un’espansione delle attività umane basilari – raccogliere, cacciare, coltivare, allevare, creare artifici – connotata di avidità. Quell’avidità che sconvolse i nativi nordamericani delle grandi praterie – per esempio – che cacciavano coscienziosamente, preservando l’esistenza delle mandrie per millenni, e che invece videro l’uomo bianco sterminarle, irrefrenabili (per non parlare del genocidio degli stessi nativi americani).

Irrefrenabili nel corso della Storia sono stati gli umani nell’espandersi, fuori, occupando e modellando sempre maggiori porzioni di pianeta, e dentro – nella mente – in una crescita indefinita della cultura artificiale, fino ai suoi esiti individualisti, egoici, narcisistici, materialisti, consumatori. L’umano è oggi il consumatore del pianeta. Noi crediamo che il pianeta sia nostro, che possiamo farci tutto ciò che vogliamo.

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Questo potrebbe avere delle conseguenze spiacevoli sugli umani. Il pianeta è un sistema estremamente complesso e non è facile prevederne le evoluzioni. Forse nulla di sconvolgente e pericoloso avverrà, ma sta di fatto che l’umanità va ad immergersi nell’artificiale, trasformando gli istinti in desideri sempre più lontani dalle proprie origini animali. E questo è intuitivamente preoccupante.

Ci sono umani tuttavia che praticano agricoltura, allevamento, caccia, pesca, raccolta, anche naturalismo e sport; forse non lo fanno solo per avere un ulteriore benessere (rispetto a quello garantito dal “nostro” sistema di vita), ma per far evadere e fuggire la propria mente dal regime artificiale sempre più diffuso.

Forse sono alla ricerca anche un progresso emotivo, razionale, spirituale, attraverso cui sapranno rivalutare molti egoismi e infantilismi, come l’ossessione di evitare il dolore, la morte, la fatica, le restrizioni e di ottenere sempre comfort, piacere, potere… rinunciando a un’eccessiva presenza dell’artificiale, relegandolo a una funzione utilitaristica, provando a conciliare la nostra natura animale con la sete di comunicazione, interazione e godimento della nostra mente.

 

In collaborazione con Emanuele Del Curto

Direttore del centro Aletheia di Sondrio

(https://www.facebook.com/Aletheia-1662491397317881/)

“Pionieristica per la Montagna del futuro”

Patrizio Mazzucchelli e le Popolazioni di Grano Saraceno — Salvatore Ceccarelli

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COSA PUO VENIR FUORI DA UN INCONTRO OCCASIONALE Oggi sono molto contento di riportarvi il dialogo a distanza che è avvenuto in questo mese d’agosto con il mio amico Patrizio Mazzucchelli, titolare di Raetia Biodiversità Alpine insieme a Greta Roganti e seed savers di Pro Specie Rara. In Valtellina tra le molte attività si è […]

via Patrizio Mazzucchelli e le Popolazioni di Grano Saraceno — Salvatore Ceccarelli

cibo artigianale

La vita è troppo breve per nutrirsi e bere cose così così, la fatica è ampiamente ripagata dalle unicità che produciamo, ne possiamo godere noi e chi, e solo chi, le apprezza…

Tellincamuno

Produrre cibo sano e buono, e perchè no; inusuale, colorato e bizzarro? per dar gioia  al cuore, all’animo, ed anche agli occhi, mangiare è quasi diventato un gesto meccanico, monotono e noioso, mangiamo velocemente per nutrire unicamente il corpo seguendo un abitudine quotidiana e tralasciando tutto il resto, ma sarebbe anche inutile cibarci con passione quando i prodottti sono di scarsa qualità e privi di sapore, per come coltivo, cosa coltivo, come mi prendo cura delle piante e del suolo mi sento al livello di un artigiano, oltre a questo cerco di creare bellezza, quindi qual’è il giusto valore per un cibo prodotto artigianalmente? è una cosa che mi chiedo spesso, il cibo dovrebbe essere alla portata di tutti, ma senza essere svenduto, dando ad esso il giusto valore.

Lavoro gran parte della terra ancora a mano, mi autoproduco terriccio e concimi, recupero molti dei miei semi di anno…

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Morire di Fame o Morire Mangiando?

Salvatore Ceccarelli

Recentemente il mondo scientifico ha cominciato ad associare il declino della biodiversità con l’aumento di malattie a base infiammatoria le quali rappresentano una gamma molto vasta di malattie, dalla malattia infiammatoria intestinale, alla colite ulcerosa, ai disordini cardiovascolari, a diverse malattie epatiche e a molti tipi di tumore. Questo aumento delle malattie a base infiammatoria è stato associato ad una diminuzione delle nostre difese immunitarie[1]. Ancora più recentemente si è cominciato ad associare il microbiota – è così che si chiama il complesso di batteri, virus, funghi, lieviti e protozoi che si trova nel nostro intestino e che alcuni chiamano anche microbioma[2] – con il nostro sistema immunitario e quindi con la possibilità o meno di contrarre malattie a base infiammatoria[3].

Il microbiota, che pesa in media ben due chilogrammi – si pensi che il cervello umano pesa in media un chilogrammo e mezzo –…

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Una vigna controvento

Da anni ci dedichiamo al recupero e ringiovanimento delle vecchie viti sui terrazzi della Valtellina…

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Ogni anno, da decenni ormai, è in corso un continuo abbandono delle terre alte. “Sta finendo una generazione“, quella dei nati negli anni 30 e 40 del Novecento, gente tosta e dalla pelle dura. Molte di queste viti le hanno ereditate, a loro volta, dai loro avi e, ora, molti dei loro eredi stanno tralasciando un modello di vita e delle viti con una storia plurisecolare.

 

Ovviamente non bisogna ostinarsi troppo ma… evitare la totale perdita di un Patrimonio in atto, nei limiti del possibile, essendo consapevoli del valore degli aromi che solo le uve di queste antiche viti sanno sprigionare nei vini, ci danno la forza per dedicarci alla viticoltura eroica nel senso stretto e profondo della parola.

Spesso ci troviamo di fronte piante secolari, con porta-innesti americano originario post fillossera, qui lo chiamano Selvadeck, (420 A per i tecnici); il suo valore aggiunto sta nell’innesto stesso, effettuato a inizio ‘900 dal viticoltore tuttofare d’un tempo, fatto a mano, da mani esperte, con metodi semplici, semplicemente con l’ausilio del coltellino ri-chiudibile (pudì o méla). Pertanto si faceva un innesto privo delle problematiche attuali riguardanti le malattie del legno, non esistevano “vivai certificati” ma la garanzia era ed è data dalla durata di queste preziose viti che, seppur spesso maltrattate e sfruttate all’inverosimile dai nostri nonni, sanno ancora produrre una buona quantità di uva e soprattutto estrapolare, grazie alle loro profonde radici fin dentro la roccia madre del versante, i sali minerali e le essenze aromatiche che, con un uva ben matura e selezionata, riusciranno a farci assaporare, ancora una volta, il ventre generoso della fertile terra.

 

Su questi porta-innesti ancestrali erano innestate le gemme delle piante migliori, che il viticoltore conosceva una ad una, garantendo una variabilità genetica, in tal caso al nostro Nebbiolo – Ciuvinasca (e altri vitigni locali), che ancora attualmente è riscontrabile nelle poche vecchie vigne rimaste, con una decina di diversi biotipi di Ciuvinasca che, oltre ad avere grappoli e foglie che differiscono, garantiscono un’ampissimo spettro organolettico di uve e vini…

I nuovi impianti di Nebbiolo (ma non solo), hanno una vita molto più breve e sono costituiti da viti cloni di poche piante madri, con una enorme perdita ed erosione del patrimonio genetico.

 

La nostra opera consiste nel ringiovanimento, con tagli corretti e attenti, dei tronchi contorti e rugosi, l’eliminazione del classico archetto valtellinese che, pur essendo un magnifico cimelio della viticoltura medievale locale, però non ci consente di arrivare a una perfetta maturazione delle uve.

Stiamo sperimentando nuove tecniche di potatura e gestioni innovative nonchè sperimentali che, anche se con fatica, ci consentono di dimezzare le ore di lavoro in queste vigne beatamente non meccanizzabili e, quindi, contenendo le spese e aver il tempo per poter recuperare sempre nuovi-vecchi vigneti così da garantirne la tutela, salvaguardando le rare remote viti per poterle, a nostra volta, tramandarle alle future generazioni.

 

L’ultima vigna sottratta a un incombente abbandono si trova in una zona dal forte valore simbolico, a La Bissa, un ventoso promontorio a poca distanza da Caven (Teglio – Sondrio), luogo ove sono state rinvenute le incisioni rupestri, tra cui la stele della Dea Madre, conservata ora nell’Antiquarium Tellinum del Palazzo Besta.

Il labirinto di filari, storti pali di castagno, muretti in pietra a secco con scale e gradini monumentali ha una dimensione vitata di circa un ettaro e, purtroppo, ben pochi hanno idea dell’enorme valore dell’opera che si sta compiendo.

 

La forte connotazione spirituale del sito spesso è percepibile da tutti coloro che, ora come allora, trascorrono le giornate a gestire e accudire la vigna e, di tanto in tanto, il pensiero parte spinto dalla brezza che sale nel meriggio dal fondovalle e vagheggia allietando le fatiche…

 

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