storie di semi

Così parlo il Tellin Camuno…

Tellincamuno

I semi da milllenni accompagnano la storia dell’umanità, degli spostamenti e delle migrazioni dei popoli, in tempo di guerra e in tempo di pace, io amo seminare e coltivare, amo la storia fin da piccolo, soprattutto amo le storie piccole, quelle delle persone normali, moltiplicando un  seme porto avanti una storia, iniziata chissà dove e chissà quando, la arricchisco ancora di più, quando una persona mi dona dei semi è sottinteso che io voglia saperne di più; “i tuoi nonni da quanto la coltivavano?” “dove reperirono i semi?”, più che aver perso varietà abbiamo perso le storie, non mi prodigherò poi nel mantenere questa varietà in purezza, mi importa di più la sua contaminazione ricevuta attraverso secoli, perchè non era una preoccupazione dei nostri avi mantenere, a loro premeva produrre cibo, io lascerò che si contamini ancora, sono un coltivatore oltre che un custode, la chiamo evoluzione, racconta la…

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Il futuro della montagna

Nell’era della globalizzazione, qual è il futuro dei territori marginali, come la montagna?

Territori marginali rispetto – s’intende – al grande flusso di persone, cose e informazioni proprio dei centri metropolitani. Territori in cui si può, quindi, immaginare un modello di vita peculiare, alternativo. Non più basato su una crescita indefinita, oggi in crisi. Crescita che rappresenta in sé l’essenza della città, della grande città, della metropoli.

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Ora, la metropoli è basata sull’accumulazione: di persone, di risorse, di produzione. La montagna, la valle alpina si basa invece sulla diffusione, sulla dispersione dell’antropico, dell’elemento umano sul territorio. La metropoli esalta l’artificiale, l’artificio volto a massimizzare il benessere e il potenziale creativo, associativo, economico, culturale… la montagna, la ruralità alpina favorisce invece l’armonia fra elemento umano ed ecosistema naturale. Ma questo può avvenire a condizione che la montagna (o la campagna) non imitino la città, facendo propria la logica dell’accumulazione, della crescita.

Come sarà dunque la comunità montana del futuro? (comunità montana non nel senso dell’istituzione ovviamente, ma della non-città alpina nel suo complesso, rete di centri abitati diffusa sul territorio)

Essa potrà essere sostenibile e autonoma, perché basata su un’agricoltura e uno sfruttamento delle risorse del territorio sostenibili, alla base. L’autonomia come concetto e prassi funziona solo se è tale rispetto ad ogni livello considerato, quindi già il singolo villaggio sarà tendenzialmente autonomo, attraverso una filiera produttiva più completa possibile, una rete di saperi e mestieri distribuita sinergicamente fra i suoi abitanti, assecondando predilezioni, talenti, libera iniziativa. Inoltre ogni villaggio avrà sviluppato delle produzioni di eccellenza, legate alla storia, tradizioni e caratteristiche della località stessa, produzioni che verranno distribuite e condivise nei territori circostanti. Ma la base sarà a km 0: vini naturali, prodotti preservando le storiche coltivazioni e vinificazioni, cereali alpini, ortaggi, frutta, allevamento, erbe spontanee che nell’insieme avranno ripristinato la dieta alpina, insieme a tutti i suoi benefici. Attraverso varietà antiche e quindi adattate agli ambienti e ai micro-climi, metodi naturali o a impatto minimo, rispetto delle stagionalità, della semplicità e della frugalità proprie dell’era pre-tecnologica, ma con a disposizione tutta la tecnologia ad aiutare e ampliare possibilità e creatività.

Essa potrà essere ricca: ricca di armonia fra vita, cultura e bellezza, memoria storica, conoscenza e consapevolezza del territorio, paesaggio antropomorfizzato e non, esigenze produttive e di consumo. Ricca quindi di attrattiva per un turismo alla scoperta di luoghi, identità e stili di vita della montagna, in una rete di nuovo sinergica fra ristorazione, agriturismo, artigianato, sport, natura e tutto ciò che la vita in montagna offre. In cui l’eccedenza del coltivatore diviene materia prima per l’osteria locale che attrae viaggiatori e ospiti del territorio. Viaggiatori che scopriranno come la montagna e i suoi abitanti del futuro sappiano riproporre il patrimonio degli antichi con rinnovata intelligenza, in un’ottica non più di mero sfruttamento delle risorse ma di ciclicità della biosfera. Non si sfrutterà irresponsabilmente quanto indispensabile al capriccio umano, ma si preleverà il necessario restituendo il possibile, senza impattare e stravolgere le eco-nicchie, imparando a non-fare, a conservare, restaurare, rallentare… uno-due ettari per famiglia, produzioni con metodi che riducano ore di lavoro e impatto sull’ambiente, sapori veri, micro-economia diffusa e cooperativa: ecco la ricetta per la futura ricchezza della comunità montana.

Essa potrà dunque essere libera: libera di offrire uno stile di vita in cui è raggiungibile un equilibrio fra artificiale e naturale, fra ego e rinuncia a sé, dove l’immagine personale non è tutto, dove l’autonomia non è individualismo, dove si può ricercare la pace interiore oltre ad ogni altra forma di umana realizzazione. Libera di non esasperare la divisione del lavoro, ma scoprire la dimensione artistica dell’opera umana, al posto di una alienante iper-specializzazione che la civiltà metropolitana della tecnica impone. Sarà una libertà da…. una libertà di… e queste le abbiamo dette, ma sarà anche e soprattutto una libertà per.

Per l’ulteriore futuro della montagna e del pianeta.

 

 

“Pionieristica per la Montagna del futuro”

la microagricoltura di montagna

Tellincamuno

“Non è facile sporcare di terra le parole sull’agricoltura; questo è il tempo della comunicazione, è la civiltà dell’immagine, dove le parole bastano a sè stesse e qualche volta parla di più chi meno sa. Così penso a chi predica il ritorno alla terra a quei cittadini scolarizzati come me che, quando vanno a vivere in campagna, li riconosci facilmente perchè sono quelli che fanno la lezione agli altri. Un po’ moralisti, un po’ millenaristi, a volte teorizzano il ritorno alla terra anche se ci vanno a vivere per la prima volta. Parlano con sicurezza di agricoltura biologica, biodinamica, sinergica o del non fare, parlano di permacultura, di orti circolari o a spirale, cercano le antiche varietà, anche se non hanno ancora provato a zappare un orto, e appena lo fanno si sentono già contadini. Va tutto bene, ognuno fa ciò che può e ciò che sa. E va…

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Le Patate In Cucina

Raetia Biodiversità Alpine

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In base alle differenti caratteristiche della polpa, la patata possiede una diversa attitudine gastronomica e viene classificata nelle seguenti tipologie:

  • Tipo A : Patata da insalata a polpa soda. Non sfiorisce, è di grana molto fine di sapore delicato, possiede inoltre un basso contenuto di sostanza secca (17-19%). Eccellente per la cottura a vapore, buona come la patata gratinata ma non adatta per purè e gnocchi.
  • Tipo B: Patata abbastanza soda, adatta per tutti gli usi. Sfiorisce leggermente e si sfalda poco dopo la cottura. Di sapore delicato, debolmente farinosa e poco umida. Ha un contenuto medio di sostanza secca compreso tra il (18-22%). Abbastanza buona come la patata da insalata, ottima al forno e fritta ma non eccellente per la preparazione di gnocchi e purè.
  • Tipo C: Patata farinosa, sfiorisce dopo la cottura. Presenta una pasta piuttosto tenera, farinosa, asciutta ed ha una struttura molto grossolana. Sapore forte e…

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Non ci sono più i semi di una volta. E invece sì

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Leggere sulla stampa mainstream, ovvero quella più popolare, quella che leggono, più o meno tutti, sopra un argomento molto poco conosciuto come la biodiversità in agricoltura, un articolo ben documentato, asciutto senza essere noioso, che riporti gli autori importanti in gioco in Italia, non è scontato. Ed è successo. Venerdì, inserto della Repubblica, 25 agosto, vengo a saperlo perché Massimo Angelini lo inoltra anche alla mia associazione, Civiltà Contadina.

Riesco a procurarmi anche il numero originale, altra cosa dal Pdf, sapere in quale contesto è collocato un determinato servizio, quale rilievo abbia in quel numero, è importante.

Intanto si parla proprio di seedsavers, salvatori di semi. L’articolo è nato certamente durante il Mandillo dei semi di quest’anno, lo scambio che organizza il Consorzio della Patata Quarantina.

Da quel momento arrivano le foto. Riconosco Patrizio Mazzucchelli, di Teglio, artefice della rinascita del vero grano saraceno. Ecco il logo…

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Le Origini dell’agricoltura

Ci sono state cinque rivoluzioni fondamentali nella storia dell’umanità. Rivoluzione scientifica, politica (rivoluzione francese), industriale e, più recentemente, informatica. Ma la prima è stata quella agricola.

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Millenni fa, pochi coraggiosi uomini e donne, nella zona della cosiddetta “mezzaluna fertile” (ma quasi nello stesso periodo anche nell’attuale Cina sudorientale e nel mesoamerica), a fronte degli effetti di semi-desertificazione dei loro territori di caccia e raccolta (per via dello scemare dell’ultima glaciazione) fecero una scommessa: “Non possiamo più limitarci a raccogliere e cacciare. Non ci sono piante a sufficienza e le poche rimaste crescono solo nelle adiacenze dei corsi d’acqua. Non c’è più selvaggina in abbondanza come prima. Abbiamo visto migliaia di volte nascere nuove piante dai loro stessi semi. Dobbiamo farlo. O non sopravviveremo”.
Così quegli uomini e quelle donne (i mitici Natufiani, vissuti in Palestina circa 10000 anni fa), pensando al futuro, sacrificarono parte delle loro riserve alimentari, costituite da granaglie di cereali selvatici, e inventarono l’agricoltura. Da lì partì una rivoluzione. Il cibo aumentò. I cani, addomesticandosi (quanto gli faceva comodo bazzicare gli accampamenti umani, dove in cambio di avanzi di cibo si rendevano utili segnalando pericoli e combattendo per i loro nuovi amici a due zampe), suggerirono l’idea agli umani di ammansire e “coltivare” capre selvatiche, bovini, ovini, pennuti e così via… il cibo aumentò ancora; adesso, non tutti dovevano instancabilmente lavorare per procacciarselo. Soprattutto, non c’era più ragione di vagabondare in cerca di nuovi territori in cui cacciare e raccogliere: ci si poteva fermare, costruire abitazioni più solide e trovare il tempo per scoprire materiali utili e più resistenti (come argilla e metalli), lavorarli, scambiarli, inventare nuove cose, dedicarsi al culto dei morti, al disegnare, al creare segni per “marcare” le cose…

 

Ma c’era un problema: nella mezzaluna fertile i grandi, maestosi fiumi erano fonte di sopravvivenza  ma anche di sciagura, poiché le loro piene annuali erano catastrofiche, devastavano i campi e i raccolti. Ogni villaggio cominciò allora a inventare l’ingegneria idraulica: canali artificiali di contenimento (e poi di irrigazione), dighe, bacini, argini etc. Ma i fiumi erano spietati e ciò non bastava, serviva fare tutto ciò molto più in grande, sistematicamente, con organizzazione. Personalità carismatiche allora convinsero i savi dei villaggi, zona per zona, a unirsi: così nacque la città, la polis, la politica, il potere degli uomini sugli uomini. I villaggi si fusero nella città, nelle città. Il resto è Storia.

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Oggi… pensiamo ancora al futuro? Abbiamo la capacità di unirci dimenticando i nostri angusti recinti? E’ stato suggerito che, mentre l’uomo cacciatore-raccoglitore era in armonia con l’ecosistema e prelevava solo il necessario, l’uomo agricolo ha sviluppato l’avidità e la superbia: voglio avere sempre di più e niente può fermare il potere della mia mente. Quei cacciatori-raccoglitori seppero sacrificare l’oggi per il domani, affidando generosamente a Madre Terra il cibo che da essa gli era stato donato. E ne furono lautamente ricompensati. Allo stesso modo, umilmente abbandonarono il proprio isolamento per dare vita alla grande città e a tutto ciò che ne sarebbe seguito. Ma ciò li trasformò in avidi e superbi, facendo loro perdere la connessione con la Terra e il Cielo. Persino la religione divenne politica (e lo è tutt’oggi, pur in crisi – anch’essa – che sia).

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Nei nostri giorni sta accadendo qualcosa di sottilmente analogo: le rivoluzioni tecnoindustriale e informatica stanno unendo i villaggi del pianeta nella città globale. Ma ciò non avviene più attraverso un sacrificare individualismo e risorse. Al contrario, assistiamo al trionfo del culto del sé, dell’avidità più sfrenata che avvelena e crea caos, nel pianeta e nelle nostre stesse menti. Il cibo viene dato per scontato. Ormai si pensa che cresca direttamente sugli scaffali dei supermercati e i contadini non esistono più: solo imprenditori agricoli professionisti. Non sappiamo cosa mangiamo, conta solo la crescita indefinita, non importa se inquiniamo e distruggiamo. Qualcosa si muove, si vedano fenomeni come “il ritorno alla terra”, il vegetarianesimo e simili, la mania del “food”, del bio, del green… molto marketing e ancora poca sostanza?

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Perdonatemi, sono un filosofo (ovvero mi piace fare domande) e voglio essere un contadino.

Auspico dunque una nuova rivoluzione, una rivoluzione interiore, l’unica –  come sosteneva il grande filosofo indiano Jiddu Krishnamurti – che conti davvero.

Altrimenti, temo che Madre Terra e Padre Cielo potrebbero decidersi a eliminare questo cancro, queste minuscole cellule impazzite che si credono tanto speciali e importanti, mentre invece non sono altro che esseri viventi.

 

 

Emanuele Del Curto

Direttore del centro doposcuola Aletheia di Sondrio

ansie da coltivatore

Dall’amico TellinCamuno

Tellincamuno

Ovvero riusciranno i nostri eroi a far crescere una piantina nonostante la siccità, la tempesta e i parassiti?

E’ proprio così, un apprensione continua, soprattutto nella bella stagione, i poveracci come me che non hanno serre o impianti di irrigazione e altri mezzi devono attendere che natura faccia il suo buon corso, fatto che non coincide mai con le nostre esigenze, giorni e settimane a guardare il cielo o il meteo internet in attesa di una pioggia che ridia vita ai tuoi campi, e l’acqua può arrivare, ma sotto forma solida, ghiaccio che trita tutto, meglio non assistere alla diretta di questi eventi, con apprensione il giorno seguente ti rechi nei campi e nel tragitto osservi intorno a te per capire cosa potrai trovare al tuo arrivo, senza contare i lunghi periodi siccitosi, le bombe d’acqua, le raffiche di vento, le gelate tardive, i parassiti, gli animali selvatici, ed anche…

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