Il paradosso dell’agricoltura biologica

La produzione del cibo inizia con la rivoluzione agricola, il momento in cui l’essere umano smette di raccogliere granaglie, legumi, bacche e frutti e inizia a domesticarli, a selezionarli conservandone la semente in modo differenziale (questa pianta ha dato buoni frutti, useremo i suoi semi per l’anno venturo…), in una parola a coltivarli. Questo processo graduale è databile intorno a 10mila anni fa e avvenne quasi contemporaneamente, con tutta probabilità, sia in medio oriente che in Asia e nelle americhe. Di “poco” successivo l’addomesticamento di alcune specie animali e il conseguente inizio dell’allevamento. Si passò dunque, dopo decine (centinaia, se consideriamo tutta la storia delle varie specie di Homo) di migliaia di anni, da un’alimentazione basata sulla raccolta e la caccia, ad un’alimentazione che poteva essere gestita secondo una programmazione annuale e pluriennale (imprevisti permettendo) e consentiva di generare un’abbondanza mai vista prima. Non è forse un caso che la civiltà, la città, la nascita del potere politico, dei primi stati dell’età antica sono fenomeni inziati proprio a seguito di questi cambiamenti. Per qualche millennio la situazione non cambiò granchè, fino all’arrivo sulla scena della Storia di due altre rivoluzioni di capitale importanza, la rivoluzione scientifica e la rivoluzione industriale.

Per farla breve sono le applicazioni della scienza e della tecnica moderna, insieme al sistema industriale, ad aver trasformato l’agricoltura, che per millenni era stata certamente una pratica artificiale, perché operata dagli esseri umani (quindi non un insieme di processi naturali spontanei), ma allo stesso tempo pressoché naturale, in quanto basata su un’alterazione piuttosto contenuta di quanto normalmente accade in natura (le uniche eccezioni essendo la monocoltura, le lavorazioni dei campi e la selezione artificiale delle specie coltivate ed allevate). Dall’ottocento in avanti, fino alla nascita e proliferazione dell’agricoltura biologica nel secondo novecento, invece, l’artificialità è cresciuta notevolmente, sotto forma di interventi “chimici” di fertilizzazione, diserbo, contrasto di patologie (dovute per lo più alla monocoltura combinata con l’utilizzo di varietà di selezione moderna, selezionate per la resa e/o certe altre caratteristiche desiderate), fino alla creazione degli OGM (organismi geneticamente modificati). Il tutto, chiaramente, secondo la logica del profitto, che ha portato l’agrochimica industriale a consociarsi con la GDO (grande distribuzione organizzata), finendo con l’essere una parte del processo complessivo di affermazione del capitalismo consumistico: mercati prima e supermercati poi pieni in modo ridicolo di cibi di ogni tipo, causanti molti sprechi e la tendenza ad un consumo esagerato (si veda la proliferazione dell’umano – recentemente anche dell’animale domestico – sovrappeso con patologie conseguenti e correlate), a fronte naturalmente di quel secondo, terzo e quarto mondo con diffuse malnutrizione e denutrizione. Nonché attecchimento, nei “paesi sottosviluppati”, dello stesso modello agrochimico-industriale, ovviamente al fine di un perverso perfezionamento del consumismo alimentare del primo mondo, elemento peraltro perfettamente recepito e per certi versi peggiorato anche dall’agricoltura a favore di vegetariani e vegani (per la necessità in queste diete di sostituire alimenti di origine animale con esotici prodotti vegetali provenienti da zone sottosviluppate, dove lavoratori e terreni vengono ampiamente sfruttati e depauperati).

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Ancora: vigneti secolari, originariamente composti da piante ad alta biodiversità, sostituiti da produttivi cloni (come la pecora Dolly – piante geneticamente tutte uguali) per ettari e ettari, perché più produttivi, uniformi etc, mangimi per animali prodotti a migliaia di kilometri mentre i pascoli collinari e montani europei sono all’abbandono (e ci si ferma qui sul mondo dell’allevamento, giusto per risparmiarvi orribiltà assortite da voltastomaco), ortaggi ibridati artificialmente per decine di generazioni per ottenere polpe sode (che non si ammaccano nei trasporti) o altre caratteristiche legate al lato commerciale e non certo sapori eccelsi o resistenza alle patologie per esempio, frutta e verdura prodotti in inverno a suon di gasolio per riscaldare le serre, proliferazione di trattori e mezzi vari molto pesanti, che compattano troppo il terreno compromettendone la fertilità, già avvelenata dai diserbanti, fertilizzanti, antiparassitari, anticrittogamici etc, che hanno portato, portano e porteranno alla morte dei suoli, da unirsi in un bel pacchetto regalo per le generazioni future all’uso irresponsabile dei combustibili fossili, che sta causando il più celebre riscaldamento globale.

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Dagli eccessi dell’agricoltura chimico-industriale, soprattutto nella forma della percezione crescente, perlomeno dagli anni ’70 in poi, dei danni ai terreni, alla biodiversità e alla salute di persone, animali ed ecosistemi da questa procurata è nato il “movimento” per l’agricoltura biologica: un paradosso in quanto l’agricoltura era stata per millenni certamente biologica, perfino più biologica di quella certificata come tale da disciplinare, in quanto infatti, intanto, non era industriale, cioè “massificata” e sottomessa al profitto, e in ogni caso non utilizzava chimica e meccanizzazione come invece comunque fa l’agricoltura biologica, seppur in misura limitata rispetto all’agricoltura convenzionale.

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Ma come è noto l’agricoltura biologica, per quanto in crescita, è ancora una parte esigua rispetto al totale. L’industrializzazione chimica e meccanica dell’agricoltura prosegue infatti tuttoggi ed essendo passate ormai un numero sufficiente di generazioni agricoltura è divenuta, nell’immaginario collettivo, agrochimica industriale tout court. Se si va da uno dei sempri più rari vecchi contadini che ricordano le arature con i buoi o i cavalli e le interminabili raccolte a mano, parlando di necessità di abbandonare le tecniche “moderne” si verrà presi per matti, masochisti che auspicano un ritorno a fatiche ormai inimmaginabili, pochi o nessun profitto e una vita di insicurezze…

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Ci fermiamo qui per il momento, avendo fornito – si spera – qualche spunto di riflessione sul nostro stile di vita come individui e come società: libri, siti web, documentari non mancano per informarsi ulteriormente. A disposizione informazioni anche sulle possibilità di cambiare questo scenario deprimente ma non irrimediabile con soluzioni praticabili e praticate. Ma prima bisogna uscire dal sonno consumistico, smettendo di essere infantili, poiché, come bambini, spesso ci si rifiuta di guardare alla realtà, per voler rimanere in un sempre più problematico sogno ad occhi aperti, quello del voler vivere nel paese dei balocchi, un delirante sogno che, se mantenuto e non evoluto, si trasformerà in un incubo per la vita sulla terra.

 

Testo di Emanuele Del Curto, filosofo.

In collaborazione con Orto tellinum – genuino alpino

http://www.facebook.com/ortotellinum

Valtellina BIO: una frutticoltura alpina, sostenibile e identitaria

Sembra giunto il momento di pensare ad un nuovo modello di frutticoltura (e di agricoltura) per la montagna e le aree interne. Quella che abbiamo ereditato dalla “rivoluzione verde” e cioè industriale, chimica, ad elevati investimenti, geneticamente spinta, energivora, legata alla GDO non è più in grado (a differenza del passato) di garantire benessere, ricchezza e qualità della vita sia per chi opera in frutticoltura, e sia per chi abita tra i meleti con il diritto di vivere in un ambiente sano, pulito, giusto ed etico. Lo “scambio” tra reddito e salute che aveva governato lo sviluppo impetuoso delle melicoltura industriale valtellinese è saltato, perché è venuto meno il reddito che garantiva la produzione di mele. E se questo “patto” deve essere necessariamente ridefinito, pena il progressivo espianto di frutteti, e la marginalizzazione della frutticoltura nel quadro delle produzioni identitarie della Valtellina, è necessario innanzitutto guardare a come si stanno riposizionando sistemi territoriali e produttivi simili alla Valtellina.

Punto.Ponte

a cura di ART srl – Analisi, Ricerche e Interventi Territoriali

“Il cibo è metafora, la più bella, la più interessante e
completa per osservare le cose del mondo.Perché mostra sì con estrema
rapidità tutte le cose che stanno andando male, e le ragioni per cui vanno
male, ma indica altrettante soluzioni perché possano andare meglio”.

La coltivazione del melo in Valtellina

La frutticoltura, ed in particolare l’allevamento del melo, ha origini antiche in Valtellina. Tracce della sua indicativa presenza si trovano in epoca medioevale, riconosciuto tra “gli alberi da frutto” di cui era particolarmente ricco il territorio valtellinese, soprattutto sul versante retico. Una frutticoltura, quella valligiana, non ancora specializzata, e praticata in ambito dell’azienda agricola familiare e di conseguenza destinata principalmente all’autoconsumo. Ciò significava per altro verso, la presenza di una gamma varietale molto ampia costituita oltre che da mele, da pesche, pere, susine e ciliegie. Il…

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Conoscenza tradizionale della segale cornuta: alcune testimonianze

Su “la Segale cornuta”…

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In passato, soprattutto in epoca medioevale, una tra le più note ed impressionanti intossicazioni collettive fu quella causata dall’ergot o segale cornuta, intossicazione nota come “fuoco di Sant’Antonio”, “male degli ardenti” ed “ergotismo” (Camilla, 2003, pagg. 139-168; Toro, 2008).
La segale cornuta è una forma peculiare del fungo parassita Claviceps purpurea, di cui costituisce lo sclerozio o il micelio compatto che si sviluppa nell’ovario di determinate piante. Infesta circa 400 specie di Graminacee, sia selvatiche che coltivate, principalmente specie di Agropyron, Alopecurus, Ammophila, Anthoxanthum, Arrhenatherum, Avena, Brachypodium, Bromus, Dactylis, Deschampsia, Elymus, Festuca, Glyceria, Holcus, Hordenum, Lolium, Molinia, Nardus, Phalaris, Phleum, Phragmites, Poa, Secale e Triticum. È conosciuta con diversi nomi popolari, derivanti per lo più dall’aspetto esteriore e dall’effetto causato a seguito dell’ingestione. I più…

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ehi tu! con il trattorone

Dal TellinCamuno …

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Tu con il trattorone, che semini il mais da trinciare nei terreni fertili del fondo valle, ti sei accorto che distruggi le strade di campagna dove magari altri devono accedere ai loro campi o vogliono semplicemente farsi una passeggiata, ti sei accorto che se diserbi, e questo non te lo posso impedire, con il vento questo si disperde e rovini le colture del tuo vicino, ti sei accorto che il diserbo è regolamentato e va segnalato quando lo si fa, ti sei accorto che per far manovra con il tuo trattorone sei passato sopra il mio campo tritandomi il mio mais, il mio mais quello buono per far la polenta, ti sei accorto che quando ari il terreno interri parecchia spazzatura, ma immagino che gran parte sia la tua, ti sei accorto che se continui arare ogni anno quei campi fertilissimi vicino al fiume quando piove questi si allagano assomigliando…

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L’arte del recupero

Estirpare edera e rovi, sistemare pietre e riportare alla luce secolari muri, salvare vecchie viti e riutilizzare fil di ferro arrugginiti: la nostra passione!

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È da anni che ci occupiamo di recuperare terreni incolti sui terrazzamenti (S)vitati di Valtellina per dare un futuro a noi stessi e a chi, in queste terre, vorrà coltivare.

Dopo millenni di lavoro, costante impegno e manutenzione da parte dell’uomo, ora, e negli ultimi decenni, l’uomo stesso ha abbandonato quasi totalmente questa fonte di reddito. Una corsa al posto fisso, una discesa dal versante verso le nuove strutture in cemento sul fondovalle, verso le città, scappando dai borghi, una perdita di memoria storica, sfuggire da una vita molto faticosa, ma anche sana, tutto questo è accaduto e si sta perpetrando di continuo.

Un abbandono, forse, troppo rapido!

 

 

In questo contesto da fine del mondo, in un’epoca storica senza appigli, dove smarrimento, ferocia e autocommiserazione sono imperanti, ci piace utilizzare le nostre energie in un modo che ci sembra utile, canalizzare le forze in attività di millenaria memoria e che, nonostante l’attualità delirante, abbiamo il sentore che queste, invece, possano avere ancora un lungo futuro, quindi siamo convinti che siano fatiche ben spese.

 

 

L’idea che possa divenire un messaggio positivo e propositivo da diffondere, una sorta di virus, un contagio buono che stimoli amore verso la terra che ci ospita, ci da forza, ogni giorno, per non placare le nostre visioni e, anzi, disseminarle con ogni mezzo.

Così, negli anni, molte persone sono passate di qua, da ogni luogo e da diverse estrazioni sociali, un gruppo sempre più corposo che comunica e veicola lo spirito costruttivo di Orto Tellinum – genuino alpino, nato dall’esigenza di costruire relazioni profonde tra piccoli produttori di cibo e vino autentici, legati alla terra da cui provengono. Con l’intento di custodire e diffondere semi e viti secolari che si sono evoluti lentamente, nel tempo, in Valtellina. Ogni nostra opera è frutto di molte fatiche, infinite riflessioni e ha i sentori veri della terra, che vogliamo tutelare per garantirne la fertilità per le future generazioni.

 

 

I fazzoletti di vigne e campi che gestiamo, talvolta dalle dimensioni di 100, 200 metri quadri, con solo qualche decina di preziose viti secolari, sono ciò che tuteliamo, ringiovanendo lo scorrimento linfatico delle vecchie piante malconce, ridando vita a terra abbandonata e nuovamente fertile, utilizzando metodi naturali di pacciamatura e raro sfalcio delle spontanee, così da arricchire l’orizzonte organico del suolo, stimolandone l’attività microbica che ristabilisce l’equilibrio in terreni, spesso impoveriti da passate attività estrattive (cit.)…

 

 

Stimolati dall’Arte del recupero delle vecchie viti del “nostro/vostro” Nebbiolo Ciuvinasca, ci dedichiamo al riutilizzo di utensili in disuso e vecchi ferri, per continuare l’opera di chi ci ha preceduto, incastrando direttamente gli oggetti nella roccia madre del versante, così da fissare il fil di ferro (anch’esso di recupero!), del filare, ricostituendo le piccole spalliere che sorreggono il portamento e la struttura delle viti.

Ogni tanto qualche piccola sistemazione di rocce per mantenere i maestosi muri in pietra a secco, manutenzione fondamentale per sostenere i magnifici “ricami paesaggistici” della montagna che ci nutre.

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Utili e dilettevoli lavori invernali che ci riscaldano e rigenerano, noi e l’ambiente, con continue ma gioiose fatiche!

Organismi Geneticamente Modificati e Nuove Biotecnologie

Articolo molto interessante di Salvatore Ceccarelli

Salvatore Ceccarelli

Negli ultimi mesi, indirettamente e direttamente si è parlato molto di biotecnologie.

Indirettamente se ne è parlato attaccando modi di fare agricoltura (biologica e biodinamica) che si basano sui principi di agro ecologia, che ormai si considera una scienza essendo insegnata anche nelle Università (per esempio al Berkeley Food Institute, University of California, Berkeley).

Uno degli argomenti usato in questi attacchi è che in agricoltura biologica e biodinamica non è permesso coltivare Organismi Geneticamente Modificati (OGM), ai quali recentemente sono stati equiparati, suscitando molta indignazione in chi di biotecnologie si intende, gli organismi vegetali ottenuti con il “Gene Editing” che invece da molti sono considerate Nuove Biotecnologie (Nbt) non equiparabili agli OGM come invece recentemente decretato (per maggiori dettagli vedere anche https://terraevita.edagricole.it/economia-e-politica-agricola/nbt/).

Direttamente se ne è parlato spesso anche sulla stampa Italiana lamentando gli svantaggi di cui soffrirebbe non solo l’agricoltura italiana ma anche quella mondiale, e quindi la…

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Riflessioni ferragostane

C’era un tempo in cui l’umano era un raccoglitore, come i primati. Raccoglieva ciò che trovava e sapeva essere qualcosa di nutritivo; mangiava e si riproduceva. In seguito imparò a cacciare. Poi a coltivare e ad allevare. L’essere umano era sempre stato, come tutti gli animali, principalmente preso a soddisfare il bisogno di cibo, acqua e altri generi di prima necessità.

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Tutto il “progresso” di conseguenza è stato lo sforzo di realizzare sistemi sempre più efficienti per soddisfare i bisogni primari, così da liberare tempo ed energie per quelli secondari, piaceri, comodità, lussi. Nel XX secolo si può dire che grazie alla combinazione fra sperimentazione, tecnologia, insieme delle conoscenze ed esperienze consolidate in millenni, l’umanità ha raggiunto (anche se non in tutto il pianeta) il “benessere”: uno stato di superamento dell’angoscia della sopravvivenza. Nella società del benessere si sopravvive piuttosto agilmente, in cambio di un po’ di impegno del proprio tempo e delle proprie risorse, chiamato “lavorare”.

Il progresso ha portato all’avanzamento dei prodotti tecnologici dell’essere umano. Le macchine, le infrastrutture, gli oggetti, i contesti artificiali, sono così andati a occupare, progressivamente, le attenzioni e le vite degli umani. Creando habitat prevalentemente artificiali – le città – se non interi territori massicciamente antropomorfizzati – in cui gli stessi umani vivono circondati di artificialità più o meno integrate e “rispettose” della natura. Come nella vita dunque, anche nelle menti degli umani dell’era del benessere la sopravvivenza non è più un gran problema e finalmente ci si può dedicare ad altro (come all’apparenza e alla bellezza, alla ricerca sensuale del piacere, dell’appagamento, addirittura al culto dell’immagine di sé). Ci si può occupare dell’artificiale, dei prodotti delle menti per il divertimento delle menti – la natura è un oggetto fra oggetti, una “passione”, una scelta di gusto della personalità, non una natura appunto, cioè una base essenziale di ogni avvenimento nell’esistenza individuale e collettiva.

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Ma l’umanità è anche progredita nel suo spirito, nella sua visione, nei suoi valori?

L’essere umano è certo di base utilitarista, vuole cioè massimizzare la propria sicurezza, prosperità, felicità. E’ solo parzialmente frenato da timori o da giudizi diffusi aventi forza di persuasione, di tipo religioso o ideologico (sarebbe a dire l’etica, la quale si nota bene che fine stia facendo nell’era del benessere). L’utilitarismo unito al progresso ha comportato un’espansione delle attività umane basilari – raccogliere, cacciare, coltivare, allevare, creare artifici – connotata di avidità. Quell’avidità che sconvolse i nativi nordamericani delle grandi praterie – per esempio – che cacciavano coscienziosamente, preservando l’esistenza delle mandrie per millenni, e che invece videro l’uomo bianco sterminarle, irrefrenabili (per non parlare del genocidio degli stessi nativi americani).

Irrefrenabili nel corso della Storia sono stati gli umani nell’espandersi, fuori, occupando e modellando sempre maggiori porzioni di pianeta, e dentro – nella mente – in una crescita indefinita della cultura artificiale, fino ai suoi esiti individualisti, egoici, narcisistici, materialisti, consumatori. L’umano è oggi il consumatore del pianeta. Noi crediamo che il pianeta sia nostro, che possiamo farci tutto ciò che vogliamo.

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Questo potrebbe avere delle conseguenze spiacevoli sugli umani. Il pianeta è un sistema estremamente complesso e non è facile prevederne le evoluzioni. Forse nulla di sconvolgente e pericoloso avverrà, ma sta di fatto che l’umanità va ad immergersi nell’artificiale, trasformando gli istinti in desideri sempre più lontani dalle proprie origini animali. E questo è intuitivamente preoccupante.

Ci sono umani tuttavia che praticano agricoltura, allevamento, caccia, pesca, raccolta, anche naturalismo e sport; forse non lo fanno solo per avere un ulteriore benessere (rispetto a quello garantito dal “nostro” sistema di vita), ma per far evadere e fuggire la propria mente dal regime artificiale sempre più diffuso.

Forse sono alla ricerca anche un progresso emotivo, razionale, spirituale, attraverso cui sapranno rivalutare molti egoismi e infantilismi, come l’ossessione di evitare il dolore, la morte, la fatica, le restrizioni e di ottenere sempre comfort, piacere, potere… rinunciando a un’eccessiva presenza dell’artificiale, relegandolo a una funzione utilitaristica, provando a conciliare la nostra natura animale con la sete di comunicazione, interazione e godimento della nostra mente.

 

In collaborazione con Emanuele Del Curto

Direttore del centro Aletheia di Sondrio

(https://www.facebook.com/Aletheia-1662491397317881/)

“Pionieristica per la Montagna del futuro”