Introduzione alla mia Viticoltura in Valtellina

camminare controvento (in Valtellina)

Sono un giovane valtellinese, laureato in scienze naturali, sto recuperando vigneti e vitigni autoctoni della Valtellina per produrre vino locale e genuino in modo naturale e senza solfiti aggiunti.

jonnnApplico le tecniche tramandate dai nonni in connubio con quel che ho appreso in anni di studio su testi scientifici e la ricerca non finisce squisitamente mai…

10359238_10205202045876828_4027710746411633664_nLa viticoltura, in questa zona di terrazzamenti costruiti pietra su pietra, rupi su rupi, un labirinto di gradini di roccia ancestrali, non è meccanizzabile, la si definisce “Viticoltura Eroica”.

Quest’arte, in Valtellina, richiede enormi fatiche, niente mezzi motorizzati ma molte camminate su queste antiche scale e terrazzi monumentali.

jonnnnnnFinora ho “riesumato” un buon numero di appezzamenti, molti ormai erano in preda all’incuria, degrado e abbandono da parte di familie senza più “vecchi” eroi e con i giovani alle prese con altre attività.

I vigneti che ho già recuperato erano un groviglio di rovi e…

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Elogio ai SCiALèSC: un’arte da tramandare

Dedicato a coloro i quali utilizzano ancora i rami di salice per legare piante, fili di ferro, pali e tralci.

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Avevo all’incirca quindici anni quando, malvolentieri, mi recavo nella vigna per aiutare i nonni durante la potatura invernale (pudà), la messa in posa di pali e fili di ferro (stagnà) e la legatura delle viti alla struttura (rizzà).

Ogni vigna che si rispetti, nel sua zona umida, ha almeno uno o due salici (scialèsc) a cui, una volta sistemate le piante di vite e i filari, si tagliano i rami di un anno (strópe) e si utilizzano totalmente per rizzà la vigna.

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Questa tecnica ha sicuramente origini remote e il scialèsc, con i suoi scialìscii (ramoscelli di salice), si adatta ottimamente a quest’opera, con un nodo che, nel migliore dei casi, regge anche per due o tre anni.

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Il nodo è fatto stringendo tra le mani le due estremità del rametto di salice e con una rotazione particolare su se stesso, usando il pollice della mano destra, lo si fissa automaticamente e rimane lì, a far il suo dovere, per anni. Sì, più facile mostrarlo che spiegarlo.

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Dopo ben quindici anni, ricordo ancora perfettamente, il lento movimento delle dita di mio nonno Marcello prima e del Gianni poi che, con forti mani e un’ammirabile calma, portavano avanti quest’arte.

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Negli ultimi anni, a mio parer purtroppo, il rizzar con il scialèsc s’è quasi totalmente abbandonato, lasciando il posto a legacci di ferro o di plastica che, dopo il loro utilizzo, rimangono stesi sul terreno e addobbano di colori sgargianti i vigneti.

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Da qualche anno mi diletto a insegnare questo particolare nodo, manualità dapprima difficile da imparare poi però, con dedizione, si meccanizzano i movimenti e si legano le viti a centinaia.

Si organizzano lezioni di potatura, stagnà e rizzà!

 

Decantando una passeggiata nei dintorni di Bondone

Elogio di una sortita orobica nel territorio di Teglio, tra Moia e Bondone passando per le rovine dei Gioz.

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Il versante delle Orobie valtellinesi rimane, per lunga parte dell’inverno, un luogo abbandonato, silenzioso, tranne per il brulicare degli animali, e oscuro. Questa zona, esposta quasi totalmente a Nord, è spesso trascurata dall’uomo, così come dal sole che, per mesi, non batte su piante e suoli orobici quindi, qui, in questa stagione, si vive di luce diffusa che illumina le opposte Alpi Retiche e la zona di Teglio.

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Dalla località Moia di Carona, sita a circa 1100 metri s.l.m., si sale, seguendo antiche vie, tracciate da uomini e bestie, tra i boschi dove, remoti nuclei di case, sono ora avvolti da ortiche e giganteste piante che hanno fenduto i muri con le loro radici. Poco oltre l’abitato s’intravedono le rovine dei Gioz, presumibilmente importante familia locale, date le costruzioni ancora presenti, con angoli massicci che, con un amico proviamo a datare, verosimilmente risalenti al XVI secolo.

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Il suono dei passi su rami e foglie secche, un sottile strato di neve sciolta e gelata più volte, l’aria fina, queste mura che s’ergono mute e imponenti, alberi nella spettrale veste invernale, sono solo alcune delle peculiarità nei meandri degli innumerevoli ruderi abbandonati che s’incontrano su tutto il versante orobico. Osservando ciò che rimane delle pareti delle case, si nota il richiamo a tecniche edilizie come l’opus spicatum, metodo in utilizzo sin dai tempi degli antichi Romani.

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Giungendo ai circa 1250 metri di quota di Bondone, tra moderne ristrutturazioni di vecchi edifici preesistenti, si possono ancora ammirare alcune, purtroppo poche, dimore arcaiche tipiche del luogo. Vediamo un cimelio d’altri tempi, il portone ligneo d’una cantina o cucinaccia contorniato da un arco a tutto sesto in pietra, forse l’unico rimasto nel paese, e chissà per quanto ancora…

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Altre strutture che ci colpiscono sono le ultime (due) baite in legno su basamento in muratura, simili alle livignasche tee, incastri maschio-femmina di tronchi d’abete, ora inclinati seguendo le pieghe del legno, con la copertura sorretta da capriate; stalla al piano terra e fienile sopra.

Peculiarità che scopriamo sono le fascette di fusti di segale utilizzati come isolante tra le fessure, per evitare che l’aria, spesso gelida, della ValBondone penetri all’interno, questa è un’importante testimonianza diretta delle colture presenti qui nel passato.

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La fioca luce cala sempre più così si torna sui propri passi, in direzione Moia dove, in meditazione davanti al fuoco della stufa, il 91enne Albino, che vive qui tutto l’anno, ci ospita per una chiaccherata e un bicchiere di vino, così da concludere in bellezza la camminata rievocativa.

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Alla sua!

Decantando una passaggiata nei dintorni di Teglio

Tornando da Teglio, scendendo in direzione Pila, tra terrazzamenti coltivati e abbandonati, ruderi negli antichi borghi, storia, natura, cultura e religione.

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Da Teglio vi sono innumerevoli sentieri e mulattiere che conducono, passando per i terrazzamenti, al fondovalle. Gli scenari sono molteplici, dapprima è evidente l’impatto paesaggistico del gelido, oscuro e fascinoso versante orobico che, di là dal retico ove siamo, nelle giornate invernali soleggiate, si vede a fatica o solo coprendosi gli occhi a mo di “marinaio che scruta l’orizzonte”.

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Subito sotto la caparbia rupe su cui s’erge la Torre de li beli miri si trova il primo terrazzo, purtroppo abbandonato ma che una volta, grazie all’opera antropica, produceva uve tipiche. Sono ancora visibili le antiche strutture palizzate dei filari, ora crollati a terra, così come le piante di vite che, senza un’adeguata cura, sono rinsecchite e incurvate su loro stesse. Betulle di dieci-quindici anni hanno preso il posto delle vigne; il tutto sopravvive poggiato e sostenuto dai muri in pietra a secco, che reggono a fatica la forza propulsiva delle radici delle piante, roccia e radici uniti in una stretta vitale.

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Proseguendo lungo la via s’incontrano scene simili ma mai uguali, pietre impilate, piante varie, campi in preda all’incuria, vigneti ben tenuti, imponenti ruderi e portali ancestrali, un incanto di forme e colori.

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Esempio di paese fantasma è la via centrale dell’ex-abitato di Cà Branchi, maestose case d’altre epoche s’ergono ai lati della stretta strada che lo attraversa, queste mura sono intrise di vita quotidiana d’un tempo passato, sprigionano un’intensa energia atavica meritoria d’essere tramandata, in cui smarrirsi e ritrovarsi in una profonda lode ai nostri antenati.

Da lassù, la Torre di Teglio custodisce questo svariato spettacolo che gli uomini troppo spesso non notano.